sabato 24 settembre 2016

Le Graffe di Di Matteo


Le graffe sono uno dei più popolari street food campani, morbide e fragranti, si affacciano tentatrici ad ogni angolo, evocando lusinghe zuccherine.
Un must a colazione, l'irresistibile spezzafame, la conclusione di una serata.
Come molte altre prelibatezze della cucina napoletana le graffe vengono da fuori, frutto della straordinaria commistione tra culture, esperienze e … ricette determinata dalla Storia, sono austriache :-)
Perchè a Napoli ci sono stati anche gli Asburgo, per un breve tempo, dopo il trattato di Utrech, regnando direttamente, e, più frequentemente come consorti reali, è quindi probabile che possa esserci stata una contaminazione culinaria oltreché culturale.
Infatti sembra che il termine graffa derivi dal tedesco krapfen, uncino, che indica tra l'altro antiche fritture tradizionali curve, arcuate, come lo sono del resto le nostre graffe.
Le stranezze storiche e linguistiche non finiscono qui, se infatti a Napoli esiste ancora una frittella arcuata che conserva chiaramente l'ascendenza etimologica, in madrepatria,il termine krapfen ha finito per indicare dei lievitati fritti completamente diversi.
E ritorniamo a Napoli, con una ricetta che più partenopea non si può.
Tempo fa ho seguito un corso con Salvatore di Matteo che ci ha regalato la ricetta delle graffe di suo nonno.
La passione è condivisione ….. ecco la ricetta :-)
Con questo post partecipo alla Giornata Nazionale delle Graffe del Calendario del Cibo Italiano AIFB. Nell'articolo della nostra ambasciatrice Paola Sabino del blog Fairies'kitchen  tanto e tanto altro ancora sulle graffe e la loro storia e bellissime ricette.


½ litro d'acqua
30 g. di sale marino
100 g. di zucchero
150 g. di burro o margarina a temperatura ambiente
6 uova
12, 5 g. di lievito di birra
farina ad assorbimento, indicativamente 1 kg.

Nella ciotola della planetaria, versare l'acqua, far sciogliere il sale, unire metà dei grassi a temperatura ambiente, lo zucchero e le uova. Amalgamare gli ingredienti a velocità minima, frusta a gancio, unire metà della farina con il lievito aumentando la velocità a 1, aggiungere poco alla volta l'altra metà, unendo se necessario altra farina, quanto basta ad ottenere un impasto leggero e morbido, che comunque andrà incordato. Impastare a velocità 2 per circa 10 minuti, poi per 2 – 3 minuti a velocità 3, l'impasto dovrà incordarsi, quasi alla fine unire l'altra metà dei grassi.


Formare dei panetti di 70 – 100 g. in base alla grandezza che vogliamo dare alle graffe, riposare coperti per ½ ora. Stendere i panetti formando dei tronchetti, allungarli arrotolandoli sul piano, formare le graffe unendo le due estremità, sistemarle man mano su un piano leggermente infarinato. Lievitare per 2 ore, coperte, a temperatura ambiente ma al riparo da correnti.
Portare l'olio a temperatura, deve essere caldo ma non caldissimo, altrimenti si briuciano. Adagiare le graffe nell'olio a temperatura prendendole da sotto e allargandole leggermente. Passarle su carta assorbente e poi nello zucchero. 

 
Per il post mi sono documentata qui:
http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/krapfen-graffe
https://it.wikipedia.org/wiki/Graffe_napoletane
https://it.wikipedia.org/wiki/Krapfen
http://www.lacooltura.com/2016/04/graffe-napoletane-la-ricetta-la-storia/


http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

venerdì 23 settembre 2016

Una rosticciata campana per il Calendario Italiano del Cibo AIFB

 
La patata è un tubero commestibile ottenuto dalle piante della specie Solanum tuberosum, una pianta erbacea originaria delle Ande. I conquistadores conobbero questo tubero proprio in Perù e lo portarono in Europa, cambiandogli nome da papa in patata, insieme a tante altre esotiche “prede” delle loro esplorazioni/spedizioni. 
Per quanto la patata rappresentasse per le popolazioni andine un alimento fondamentale, in Europa per molti secoli non fu considerata affatto un alimento, tutt'al più buona per gli animali, e trovò poca diffusione. Il tubero, dall'aspetto antiestetico e deforme, sembrava poco appetibile inoltre, essendo effettivamente ricco di solanina, se non opportunamente conservato e trattato, poteva realmente causare intossicazioni, da qui, probabilmente, pregiudizi e supersitizioni. Infine le papa portate dalle Americhe erano piante selezionate per la coltivazione in clima andino, in Europa davano raccolti scarsi ed inoltre risultavano insipide e poco appetitose. La resa non valeva l'impresa.
Solo a seguito dell'aumento della popolazione europea unita a una serie di carestie che interessarono l'Europa tra il '600 e il '700 cominciò ad affermarsi la coltivazione della patata per uso alimentare grazie anche al lavoro di agronomi, che certi del valore nutrizionale del tubero e della facilità e prolificità delle varietà opportunamente selezionate per le diverse tipologie di terreno, non esitarono a pubblicizzarne l'introduzione in agricoltura.
Fu dura vincere le resistenze, tante pubblicazioni ma anche trucchi e piccole astuzie, Parmentier, da agronomo, dovette addirittura improvvisarsi chef … la chiave era proprio nel gusto, bisognava trovare il modo di cucinarle in maniera appetitosa.
Negli anni a venire, poi,  ne abbiamo trovato  di ricette :-)
Tanto e tanto ancora sulle patate e la loro storia nel bellissimo articolo di Sara Bardelli del blog Qualcosa di Rosso, ambasciatrice della Settimana della Patata del Calendario del Cibo Italiano AIFB che trovate qui.
Questa che vi presento è una ricetta tipicamente settembrina
Tempo di piatti autunnali, caldi, sostanziosi, ritempranti.
Che c'è di meglio delle patate!
Una calda e rosticciata,  profumata di sedano novello, ci accoglie, insieme a una generosa fetta del più classico fiordilatte.
Un favoloso comfort food campano!

2 patate
sale
olio
sedano (meglio se novello)

Pelare le patate, tagliarle a fettine sottili, il più sottile possibile.
Trasferire le fettine in una capiente ciotola, condirle con sale, olio e sedano tritato mescolando bene.
Sistemare le patate in una padella antiaderente di circa 18 cm di diametro, chiudere con un coperchio. Cuocere a fuoco lento, se possibile su uno spargifiamme.
Quando la parte inferiore è bella croccante e dorata, con l'aiuto di un piatto o di un coperchio, girare. Cuocere allo stesso modo coperto e a fuoco lento anche l'altro lato fino a doratura.
Servire ancora caldo con una generosa fetta di fiordilatte o provola e, magari, una spolverata di parmigiano. 
Favorite! 
Per il post mi sono documentata qui: 

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/moderna/orto-frutti/patata-e-Parmentier.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Solanum_tuberosum
https://it.wikipedia.org/wiki/Patata_(alimento)
 

http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

giovedì 22 settembre 2016

Gnocchi ardenti




Mica è detto che solo giovedì gnocchi, vanno bene tutta la settimana, anzi è un po' che ne vediamo ogni giorno, splendidi, meravigliosi, invitanti, sono gli gnocchi di MTC #59.
Perché, infatti, Annarita Rossi del blog Il Bosco di Alici, vincitrice della sfida della Pizza con una diversa, ma solo all'apparenza, margherita, ha scelto proprio gli gnocchi come tema della sfida di questo mese e ne siamo tutti contentissimi!
Chi non ama gli gnocchi? Prelibati, goduriosi ma al tempo stesso genuini e casalinghi gli gnocchi sanno di casa, di famiglia, di tradizioni, di buono.
Semplici solo all'apparenza, due soli ingredienti, la combinazione degli stessi, le dosi, le modalità di preparazione fanno la differenza e che differenza!
Annarita ha studiato, sperimentato, dosato, consegnandoci la ricetta perfetta degli gnocchi perfetti, ora c'è solo l'imbarazzo della scelta :-)
Qui le tre fantastiche tipologie di gnocchi elaborate da Annarita, avrei voluto provarle tutte e senz'altro lo farò …. con un po' tempo.
Mi ha intrigato moltissimo la possibilità di usare di farine alternative, diverse, che sinceramente non conoscevo e ho voluto provare :-)
Partendo dalla farina, di grano arso, la suggestione mi ha condotto al condimento, gustiamoci questi gnocchi ardenti.
Con questo post partecipo alla sfida MTC numero 59: gli gnocchi.


Per 4 persone

600 g. di patate rosse
60 g. di farina di grano arso
60 g. di farina 00
sale


400 g. di pomodorini gialli e rossi
olio extravergine di oliva
1 spicchio di aglio
peperoncino
origano
rosmarino
trito aromatico (prezzemolo, basilico, santoreggia)

Scegliere delle patate che abbiano più o meno le stesse dimensioni, lavarle e sistemarle intere e con la buccia in una capiente pentola piena di acqua fredda. Farle cuocere per circa 30 minuti dalla bollitura o fino a quando risultino morbide, attenzione a che non si ammorbidiscano troppo.
Sbucciarle ancora calde e schiacciarle subito con uno schiacciapatate direttamente sulla spianatoia, allargare il composto in modo che perda l'umidità residua, salare.
Miscelare le farine, unirle alle patate in tre riprese in modo da controllare la consistenza dell'impasto che dovrà compattarsi ma restare morbido. Non lavorare troppo, altrimenti gli gnocchi risulteranno duri.
Appena il composto sta insieme ed è sufficientemente morbido, formare dei filoncini, allungarli con le mani facendoli ruotare sulla spianatoia fino ad uno spessore di circa 1,5 cm, tagliarli in gnocchi di circa 2 cm. Passate ogni gnocco sul riga gnocchi sistemando gli gnocchi pronti su un piano leggermente infarinato con farina di riso.
Cuocerli subito in acqua bollente salata pochi per volta, sono pronti appena vengono a galla, scolarli con una schiumarola e condirli con il sughetto ardente.


Per il sughetto ardente
Lavare i pomodorini, tamponarli delicatamente, tagliarli a metà allinearli su una teglia protetta da carta da forno con la parte tagliata rivolta verso l'altro, salare leggermente, spolverare con un pizzico di zucchero. Cospargere con il trito aromatico, un pizzico di origano, lo spicchio d'aglio tritato finemente, un pizzico di peperoncino in polvere, irrorare con qualche giro di olio. Sistemare nella teglia anche qualche rametto di rosmarino e di santoreggia un paio di piccoli peperoncini che serviranno per la decorazione.
Cuocere in forno già a temperatura a 180° ventilato per circa 20 minuti, devono cuocersi, leggermente arrostirsi, caramellarsi.
Al termine della cottura sfornare, mettere da parte. 




mtc_gnocchi 

lunedì 19 settembre 2016

La pizza fritta


La pizza, almeno nell'immaginario collettivo, rappresenta Napoli, un'immensa, prelibata, rotonda e colorata icona commestibile.
Le sue origini sono antichissime, si perdono nel tempo se si considera che i primi pani prodotti dall'uono probabilmente erano schiacciati, di certo si sa che già i greci e i romani conoscevano e preparavano dei pani schiacciati. Il termine pizza, già utilizzato prima dell'anno mille, dovrebbe derivare dall'incrocio fortunato, avvenuto a causa degli snodi della Storia, forse dalle parti di Napoli, tra il termine pita di origine greca o, secondo alcuni, pinza di origine latina, indicante pani schiacciati e infornati, con la parola germanica, longobarda, pizzo indicante pezzo.
Dallo scioglilingua multiculturale occasionato dalla necessità di comunicazione e dall'appetito, che in qualsiasi lingua del mondo si rende sempre intelleggibile …. pizzo pita …. pita pizzo …. sarebbe nata LA PIZZA.
Oggi la festeggiamo, quale occasione migliore, il Calendario del Cibo Italiano ha scelto proprio la festa di San Gennaro per ricordare l'icona mondiale della napoletanità, nell'articolo delle nostre grandissime ambasciatrici Cinzia Martellini Cortella e Maria Teresa Cutrone potremo leggere davvero tutto sulla pizza, non me ne perderò una lettera, c'è tanto da imparare!
Io voglio parlarvi di una pizza che si fa solo a Napoli, la pizza fritta, antica come quella infornata, forse ancora più risalente, perchè prescinde dalla disponibilità di un forno, semplice, economica, accessibile ma non per questo meno prelibata, anzi forse di più, il fritto è più buono!
Alla festa della pizza non poteva mancare la pizza fritta.
Poverella lei, nasce in casa, è la mamma che frigge un po' di pasta cresciuta, lievito, acqua, farina, e tanto olio di gomito, per i figli, quando può l'arricchisce … una spolverata di formaggio, un po' di basilico, poi il pomodoro …. o la chiude riempiendola … due alici … un po' di ricotta e una foglia di limone e, magari, quando ci sono due cicoli, il più economico tra gli insaccati.
Cibo di donne, di mamme, che per arrotondare il ménage familiare friggono in strada e vendono a ogge a otto ... la ricordiamo o no Sophia Loren? :-)
La pizza fritta è un'opera d'arte.
Intorno a porta nolana ancora alla fine degli anni '80 c'erano delle vecchine che friggevano in strada manovrando con sapenza mestoli e schiumarole purtroppo non mi sono mai fermata ad assaggiare quelle che non sapevo essere le ultime pizze fritte, troppo giovane ed inesperta allora, adesso figuratevi :-)
In compenso qualche anno fa ho seguito un corso sulla pizza fritta da un bis bis nipote d'arte, Salvatore di Matteo, in qualche modo mi sono rifatta :-)
Con questo post partecipo alla Giornata Nazionale della Pizza, San Gennaro del Calendario del Cibo Italiano AIFB di cui sono ambasciatrici due grandissime esperte di lievitati Cinzia Martellini Cortella del blog Cindystar e Maria Teresa Cutrone del blog De gustibus itinera che ci spiegheranno sicuramente tanto sulla pizza napoletana regalandoci bellissime ricette che non vedo l'ora di leggere.


1 litro d'acqua
1600 /1800 g. di farina 00
60 g. di sale marino
3 grammi di lievito di birra

ricotta di latte vaccino
provola fresca
cicoli di testa affettati e tritati
passata di pomodoro
sale e pepe

In una ciotola versare l'acqua, far sciogliere il sale, versare metà della farina, iniziare ad impastare, unire il lievito, continuare a lavorare versando man mano la restante farina (indicativamente in inverno ci sarà bisogno di meno farina, in estate di più) fino ad ottenere un impasto morbido elastico e lucido. Ci vorranno circa 15 minuti, l'impasto è pronto quando si stacca dalle mani. Lasciare l'impasto non coperto nella ciotola per 10 minuti, al termine, riprendere e lavorare energicamente l'impasto ancora per qualche minuto.
Formare dei panetti da circa 130 g. sistemarli su una spianatoia, coperti, lasciarli riposare a temperatura ambiente ma al riparo da sbalzi termici per 8 ore.
Al termine stendere i panetti formando dei dischi circolari con cui formeremo le pizze. Sistemare al centro del disco di pizza la ricotta, stenderla, livellandola, lasciare liberi i bordi, sulla ricotta sistemare i cicoli e la provola e, al centro, un cucchiaio di passata di pomodoro. Sovrapporre l'altro disco di pizza e chiudere con attenzione premendo per far uscire l'aria, llungando, stringendo e schiacciando i bordi, sigillandoli.
In una capiente padella a bordi alti portare a temperatura abbondante olio di arachidi o di girasole. L'olio deve essere molto caldo, è a temperatura quando una pallina d'impasto immersa sale immediatamente a galla. Friggere con attenzione girando di continua la frittura con due schiumarole e, contemporaneamente, versando con un cucchiaio olio bollente sulla parte di pizza non immersa per farla gonfiare.
E' più facile a farsi che a dirsi, basta prenderci la mano :-) 



Per il post mi sono documentata qui:

http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

sabato 17 settembre 2016

Cuscus dolce



La dominazione araba ha significativamente influenzato la cucina siciliana arricchendola con ingredienti, aromi, pietanze nuove e sconosciute, un incontro di sapori e sapienze che ha creato meraviglie!
Proprio come il cuscus, arrivato in Sicilia con gli arabi e qui trasformato.
Se infatti ancora oggi nel nord Africa il cuscus, espressione della cultura berbera, nomade, legata ad ambienti aspri, desertici è tradizionalmente servito con verdure e carne, principalmente di agnello o montone, in Sicilia l'incontro con il mare e la straordinaria ricchezza dell'alimentazione mediterranea ne ha fatto il naturale accompagnamento di sapidi sughi di pesce o, addirittura, in un trionfo di gusto un prelibato dolce.
Il cuscus divenne dolce nella quiete del monastero di clausura delle suore circestensi dello Spirito Santo ad Agrigento dove è ancora realizzato secondo l'antica ricetta rimasta segreta.
Il monastero fu fondato sul finire del XIII secolo per volonta della marchesa Rosalia Prefoglio, che decise di donare alle monache benedettine di Agrigento, a cui era particolarmente affezionata, una struttura fortificata di sua proprietà e un servo berbero.
Come cosuetudine dell'epoca le suore cominciarono a produrre dolci, prima in determinati periodi dell'anno o festività religiose, da regalare, poi da vendere per mantenere il convento, sfruttando anche le competenze e abilità acquisita nella lavorazione del cuscus forse proprio dal servo berbero.
Così tra preghiere, contemplazione e dedizione, canditi, mandorle e pistacchi … e chissà quale altro ingrediente segreto, il cuscus divenne un dolce, il dolce del Natale agrigentino.
La ricetta è ancora segreta, grazie anche al voto di stabilità il cuscus dolce si fa solo lì, ad Agrigento, dove è possibile ancora acquistarlo dalle suore insieme ad altre prelibatezze della cucina conventuale.
Ovviamente una volta o l'altra ad Agrigento ci andrò, ormai è deciso!
Magari soggiornerò proprio dalle suore che, sciolte dal voto di clausura, hanno aperto un bed and brekfast e forse a colazione servono anche qualche loro dolcetto che peraltro vendono anche on line.
Prodigi della globalizzazione!
Intanto gustiamoci un decoroso succedaneo :-)
Nell'articolo della nostras ambasciatrice Maria Pia Bruscia del blog La apple piedi Mary Pie molto altro ancora su cuscus, connubi e commisitioni culturali e gastronomiche e bellissime ricette.

200 g. di cuscus precotto
70 g. di cioccolato fondente
50 g. di mandorle pelate
50 g. di pistacchi dolci
50 g. di zucca candita
10 g. di zucchero a vel0
1 cucchiaino di miele
1 cucchiaino di cannella in polvere

Preparare il cuscus utilizzando del burro al posto dell'olio. Una volta pronto sgranarlo, poi aggiungere lo zucchero a velo e il miele. Tostare in padella le mandotle, tritarle, tritare anche i pistacchi e, separatamente, il cioccolato e la zuccata.
Unire al cuscus freddo il cioccolato, la zucca candita, la cannella, le mandorle e i pistacchi, mescolare. Far riposare in frigo prima di servire per almeno 30 minuti.




Per la ricetta Cuscus le ricette del mare nostrum Edizioni Del Baldo 

Per il post mi sono documentata qui:
https://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Santo_Spirito_%28Agrigento%29
http://www.distrettoturisticodelleminiere.it/distretto/chiesa-e-monastero-del-santo-spirito/
http://www.agrodolce.it/ricette/cous-cous-dolce/



http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

venerdì 16 settembre 2016

I maritozzi per il Calendario del Cibo Italiano


Morbida pasta lievitata piena di tanta panna, il maritozzo, è uno dei più popolari dolci da colazione romani, forse, il dolce per eccellenza almeno nell'immaginario collettivo.
Romano de Roma, pare abbia origini antichissime radicate nella tradizione culinaria romana.
Pagnotte lievitate, addolcite da miele e uva passa erano preparate già nell'antica Roma.
Nel medioevo, panini dolci arricchiti da uvetta, pinoli e canditi erano consumati soprattutto in quaresima. Questi pani, detti santi maritozzi,, ancorché ricchi e dolci, si conformavano alle rigide regole della cucina penitenziale, di magro, perché senza carne, uova e latticini, e potevano essere consumati tranquillamente, ovviante da chi poteva permetterselo.
Successivamente, i maritozzi, imbelliti da ricami zuccherini, simbolici, divennero pegno d'amore da regalare alla fidanzata in una sorta di San Valentino ante litteram, e qualche volta celavano un anello.
Forse anche da qui, omen nomen, maritozzo.
Con questo post partecipo alla Giornata Nazionale del Maritozzo del Calendario del Cibo Italiano AIFB. Nell'articolo della nostra ambasciatrice Silvia Ferrante del blog Tra fornelli e pennelli, molto di più sui maritozzi e bellissime ricette


500 g. di farina manitoba
40 g. di olio EVO
45 g. di burro morbido
75 g. di zucchero
2 uova
20 g. di lievito di birra sbriciolato
50 g. di latte condensato
110 g. di acqua a temperatura ambiente
1/3 di baccello di vaniglia

per la glassa
100 g. di zucchero a velo
30 g, di acqua

per la panna
500 g. di panna da montare
50 g. di zucchero
1/3 di baccello di vaniglia

per completare
zucchero a velo

Sistemare nella ciotola del kenwood tutti gli ingredienti tranne l'acqua, impastare con la frusta a gancio, velocità 1 – 2, fino ad ottenere un composto sodo, unire in due o tre riprese l'acqua e continuare ad impastare a velocità 2 per circa 15 minuti. Al termine l'impasto sarà liscio, omogeneo e ben incordato.
Sistemare l'impasto in una capiente ciotola protetta da pellicola per alimenti e lasciare lievitare in forno con la lucetta accesa per circa un'ora o, comunque, fino al raddoppio.
Formare i maritozzi tagliando la pasta a pezzi di circa 60 g. l'uno. Arrotondare i pezzi formando delle palline, quindi, allungarle leggermente in forma ovale.
Sistemare i maritozzi su carta da forno e lasciarli levitare coperti (con uno strofinaccio in tessuto leggero e ben inumidito) in forno con la lucetta accesa per circa un'ora e mezza, devono triplicare.
Al termine preparare la glassa mescolando lo zucchero a velo e l'acqua con un frustino e glassare la superficie dei maritozzi. Cuocere in forno statico già a temperatura a 180° per 10 – 12 minuti, avendo cura di ruotare la teglia a metà cottura.
Lasciare raffreddare.
Incidere a metà i maritozzi lasciando la base integra.
Montare la panna con lo zucchero e i semini.
Farcire i maritozzi con la panna, decorare con zucchero a velo.
E io ci ho aggiunto pure una bella amarena, la panna era sola soletta, voleva compagnia :-)

La ricetta è di Salvatore De Riso, questi maritozzi non saranno proprio romani ma sono tanto buoni ve lo assicuro :-)

Per il post mi sono documentata qui:
https://it.wikipedia.org/wiki/Maritozzo
https://www.gustosamente.it/maritozzo-romano-e-la-sua-gustosa-storia/



http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

mercoledì 14 settembre 2016

I biscotti di Prato



Confesso l'ignoranza e chiedo scusa, non sapevo che non fossero cantucci, eppure ne ho inzuppati tanti nel vin santo :-)
Proprio per questo facciamo il Calendario, per conoscere, imparare, condividere.
I cantucci c'erano da prima, sono biscotti antichi, semplice pan dolce aromatizzato all'anice, affettato e tostato.
I forni di Prato, rinomatissimi per la pregevolezza soprattutto del pane bianco, ne producevano già nel medioevo una versione dolce che veniva anche biscottata per facilitarne la conservazione, il pane bianco, per di più dolce, era merce costosa, non si doveva sprecare!
La pare terminale di questi pani biscottati, il cantuccio, più duretta, magari bruciaticcia, meno costosa e quindi più accessibile e popolare, diede poi nome ai biscotti, i cantucci.
I biscotti sono arrivati dopo, sono frutto della genialità di un pasticciere pratese, Antonio Mattei, già fabbricante di cantucci, che nell'ottocento cominciò a produrre oltre a cantucci e mantovane dei biscotti, i suoi biscotti, ricchi di mandorle e pinoli, croccanti e prelibati, che incontrarono tanto successo da essere denominati dagli stessi dai pratesi garibaldini perchè avevano una marcia in più, davano carica :-)
Il resto è storia ….
Ingrediente segreto o accurata scelta degli ingredienti non è dato sapere.
Se fosse un segreto sarebbe sulla bocca di tutti perché la ricetta è conosciuta e realizzata un po' da tutti i pasticcieri pratesi, questa che vi propongo è di Paolo Sacchetti trovata fortunosamente tra gli appunti di un suo corso che ho seguito qualche anno fa …. magari non volendo riusciamo a carpire qualche segreto :-)
Nella pagina dedicata al Calendario ci aspetta il bellissimo articolo della nostra ambasciatrice, la mia amica Sara Sguerri del blog  Pixelicious che ci spiegherà  storia  e segreti dei Biscotti di Prato, io vado a gustarmi i suoi biscottini, venite con me ….


500 g. di farina
300 g. di zucchero
3 uova
3 tuorli
250 g. di mandorle
50 g. di pinoli
i semini di mezzo baccello di vaniglia
la scorza grattugiata di mezzo limone

1 uovo sbattuto
zucchero



Sistemare la farina a fontana sulla spianatoia, al centro disporre lo zucchero, gli aromi e le uova, mescolare delicatamente facendo attenzione a non utilizzare la farina unire le mandorle e i pinoli lascianoli insaporire per qualche minuto nel composto di uova e zucchero aromatizzati.
Lavorare prima gli ingredienti posti al centro unendo man mano la farina. Lavorare poco, l'impasto deve restare morbido, i filonconi dovranno sedersi.
Formare 4 filoncini, sistemarli su una teglia protetta da carta forno. Spennellare con l'uovo battuto e spolverare di zucchero (io non l'ho fatto perche non amo la spennellatura con uovo a meno che non sia assolutamente necessaria).
Cuocere in forno statico già a temperatura a 210° per 15 minuti, sfornare.
Lasciare intiepidire, prima che si raffreddino completamente tagliare a fette spesse 2 – 3 cm.
I biscotti sono pronti e non necessitano di ulteriore tostatura.


Io però quache minuto li ho ripassati in forno, amo il bruciaticcio :-)



e i cantucci ....  ci sono anche quelli :-)



Per il post mi sono documentata qui:

https://ilfogolar.blogspot.it/2009/04/cantucci-o-biscotti-di-prato.html


 
http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/